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Sto per vedere il concerto del mio gruppo preferito, quello che sarà con altissima probabilità il concerto più importante dell’anno, e l’emozione è tanta. Chiacchiero freneticamente durante l’oscurità creata dai tecnici metre la crew allestisce il palco, smontando l’attrezzatura dei dEUS e stendendo il tendone bianco in sfondo per la proiezione dei video.

 Quando Paul, Daniel, Karlos, Sam e Dave entrano in scena è un’ovazione. Prendono i propri posti con la compostezza e l’eleganza che li contraddistinguono, nei loro completi scuri e cappelli.

Eleganti sono anche le primissime note che ci regala Daniel, quelle di Pioneer To The Falls, la poesia musicale che apre l’ultimo splendido album. Il sound non è ancora al meglio, ma il coinvolgimento è subito elevato. L’atmosfera sognante è però rimpiazzata dalla hit dance Slow Hands, che ci spinge a ballare e a cantare a squarciagola i versi-capolavoro “You make wanna pick up a guitar/and celebrate the myriad ways that I love you” oltre a “Can’t you see what you’ve done to my heart and soul?/This is a wasteland now“.

Il ritmo non viene spezzato dalla drammatica PDA interrotta a metà, secondo alcuni per problemi di acustica, altri dicono che la suonano sempre con la pausa in mezzo, mah. Sta di fatto che, voluta o non voluta, quella pausa ci stava benissimo e ha creato suspence, facendoci apprezzare ancora di più lo “Sleep tight, grim rite“. Seguono le energiche Narc e C’mere.

Gli Interpol non sono animali da palcoscenico. Lo sapevamo e ce lo confermano. Ma non è un demerito, il loro spettacolo sta proprio in questo: protagonista è unicamente la musica, le canzoni raffinate, nostalgiche, liriche. Paul guarda raramente il pubblico. Quando lo fa, si tratta di sguardi fugaci. I suoi occhi guardano spesso un punto indefinito nel cielo. Tuttavia la sua impassibilità viene meno quando si sorprende della nostra reazione a No I In Threesome. La voce di Paul, già di per sé alquanto fievole, viene totalmente annullata da tutti noi che cantiamo le strofe di questo capolavoro. Sfido a trovare uno dei presenti che non fosse commosso durante i versi di questo amore in decadenza. Un paio di volte si riesce a scorgere addirittura un sorriso sul volto di Paul.

Il vero culmine della serata giunge ora. Le luci si spengono, un occhio di bue illumina Daniel, il quale attacca le note di The Lighthouse. Ultima traccia dell’ultimo album, canzone che in ben pochi ascoltano, sia per la posizione nel disco che per la lentezza del ritmo. Chi non amava questa traccia avrà senza dubbio cambiato idea. Le velocissime pennate a mandolino ci trasportano in un’atmosfera rarefatta, sentiamo quasi la brezza del mare e il fruscìo delle onde cantati da Paul. Questa canzone è un inno, un’evocazione. E’ in atto una mesmerizzazione collettiva.

Con un così alto tasso di emotività nelle vene gli Interpol ci servono Not Even Jail. Uno dei crescendi più potenti della storia della musica, che quando è partita “When personality is scarred tissue...” a momenti tremava il castello. Idem con dose rincarata con la magnifica Mammoth, che ci ha fatti scatenare per i suoi cinque minuti di durata.

E’ di nuovo tempo di capolavori: prima Rest My Chemistry, canzone che personalmente amo alla follia. Il brano più intimo della loro discografia, riguardante gli ardui tentativi di sfuggire alla cocaina tramite l’aiuto indispensabile degli amici. Il pathos è tangibile. Poi si passa al singolone d’esordio Obstacle 1, che si tramuta in un’apoteosi di canto e agitazione. “But it’s different now that I’m poor and aging/I’ll never see this place again/You go stabbing yourself in the neck“. Indimenticabile.

Un inconfondibile giro di basso ci annuncia che è ora che Paul ci inizi a parlare della fantomatica Rosemary. E’ sulle note di Evil che dalle mie parti si inizia a sentire il tanto scongiurato pogo. Ci eravamo salvati finora, ma qualche pazzo da manicomio si era evidentemente stufato della nostra compostezza. Veniamo ancora di più sballottati sulla frenetica Roland, tant’è che quasi mi perdo metà canzone nel tentativo di picchiare chi mi sta dietro. Dopo la divertente storia del macellaio polacco gli Interpol ringraziano, salutano, ed escono.

Nell’attesa del rientro ci chiediamo quali saranno le canzoni di coda. Io faccio notare che manca The Heinrich Maneuver, e non disdegnerei Length Of Love. I miei vicini pretendono Stella e New York. Sono proprio le note nostalgiche e descrittive di NYC quelle suonate da Daniel dopo il ritorno sul palco. Ovviamente segue The Heinrich Maneuver, pogata anch’essa a volontà. Conclude definitivamente Stella Was A Diver And She Was Always Down, a cui non riconosco obiettivamente tutto il clamore e l’apprezzamento che la circonda. Vero è che si tratta di un pezzo molto joydivisioneggiante, ma il testo velatamente (ma neanche tanto) pornografico lo sopporto malvolentieri.

Ad ogni modo scaletta perfetta, concerto meraviglioso. Molto migliore rispetto alle registrazioni dei vari loro concerti che avevo visto. Musica davvero di classe. Ricorderò questa giornata per molto, molto tempo.

SCALETTA INTERPOL

  • Pioneer To The Falls
  • Slow Hands
  • PDA
  • Narc
  • C’mere
  • No I In Threesome
  • The Lighthouse
  • Not Even Jail
  • Mammoth
  • Rest My Chemistry
  • Obstacle 1
  • Evil
  • Roland
  • NYC
  • The Heinrich Maneuver
  • Stella Was A Diver And She Was Always Down

Riprese di The Lighthouse:

VOTO: 10/10 SENZA ALCUN DUBBIO!

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