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Voglio togliermi subito i vari denti avvelenati:

  • Al Bronson ogni volta si gela. Stasera ci si stava col giubbotto. Quando ci si balla ci vuole per forza il cardigan. Cavoli.
  • E’ lunedì sera. La gente ha avuto una dura giornata, chi di lavoro, chi di studio. Non si può far iniziare il gruppo principale a mezzanotte, dando la precedenza a ben due gruppi spalla. Uno di loro, i SybiAnn, gruppetto di ragazzotti locali, ha suonato quanto i No Age. Per giunta è appena arrivata l’ora legale (o solare? mi confondo sempre), quindi se il concerto finisce all’una, in realtà sono le due.
  • Non si può essere in 40 a un concerto di questo calibro. Gente, ma sapete cos’è Pitchfork? O quantomeno indie-rock.it? Come vi aggiornate musicalmente sennò? Fatemelo sapere.

Bene, veniamo a noi. Non mi soffermo tanto sui gruppi spalla. Ai SybiAnn darei un 7, hanno qualche idea buona, sviluppata in modi più o meno originali. I White Circle Crime Club penso meritino lo stesso voto. Ogni tanto scadevano nel solito indie-punk, ma si sono più che riscattati con la lunga coda dell’ultimo pezzo.

No Age. La loro fama li precede. Su questo gruppo grava un pesantissimo 9.2 di Pitchfork, il che equivale a un occhio di bue puntato addosso, un piedistallo bello alto. Ora, non mi metterei mai allo stesso livello degli esimii critici del suddetto sito, ma questo live mi ha fatto venire il sospetto che qualcuno abbia un po’ peccato di eccesso di zelo. Bravi senza dubbio, ma addirittura rivelazione dell’anno? Forse è un tantino eccessivo.

Un’altra cosa che questo live mi ha aiutato a capire riguardo ai No Age, è il genere che suonano. Se ne erano lette di ogni: punk, noise, shoegaze e quant’altro. Poi li ascoltavo, e mi sembravano diversi dai Futureheads, dai Liars, dai My Bloody Valentine.  Probabilmente neanche i No Age hanno capito bene che genere fare. La prima regola è sbattere con più forza possibile le bacchette su quei tamburi. Poi si prende un po’ di qua e un po’ di là. In effetti le eco shoegaze si sono sentite a tratti, e non era sicuramente il noise che mancava, ma di fatto si incastrano in un contesto puramente punk.

Il chitarrista Randy Randall cerca da subito di instaurare una comunicazione con le poche decine di presenti, dicendo “Il looks like it’s gonna be a pretty intimate show, so come closer”. E dopo aver iniziato a suonare si diverte a venir giù fra di noi a suonare. Si diverte un po’ di meno quando, risalendo i gradini, casca fragorosamente per terra, rimanendoci, giusto per fare un po’ di scena. Ah, gli americani.

Le canzoni sono belle. Boy Void, Eraser e la mia preferita Teen Creeps sono quelle che rimangono più impresse. Quest’ultima viene arricchita con una lunga coda finale che dura diversi minuti. Per contro, molte canzoni sono brevissime, sono perciò impossibile da assorbire e memorizzare.

In definitiva, è apparso un gruppo più concettuale che emotivo, con ottimi spunti musicali, i quali talvolta dovrebbero essere presi e sviluppati in canzoni più compiute.

Sto per vedere il concerto del mio gruppo preferito, quello che sarà con altissima probabilità il concerto più importante dell’anno, e l’emozione è tanta. Chiacchiero freneticamente durante l’oscurità creata dai tecnici metre la crew allestisce il palco, smontando l’attrezzatura dei dEUS e stendendo il tendone bianco in sfondo per la proiezione dei video.

 Quando Paul, Daniel, Karlos, Sam e Dave entrano in scena è un’ovazione. Prendono i propri posti con la compostezza e l’eleganza che li contraddistinguono, nei loro completi scuri e cappelli.

Eleganti sono anche le primissime note che ci regala Daniel, quelle di Pioneer To The Falls, la poesia musicale che apre l’ultimo splendido album. Il sound non è ancora al meglio, ma il coinvolgimento è subito elevato. L’atmosfera sognante è però rimpiazzata dalla hit dance Slow Hands, che ci spinge a ballare e a cantare a squarciagola i versi-capolavoro “You make wanna pick up a guitar/and celebrate the myriad ways that I love you” oltre a “Can’t you see what you’ve done to my heart and soul?/This is a wasteland now“.

Il ritmo non viene spezzato dalla drammatica PDA interrotta a metà, secondo alcuni per problemi di acustica, altri dicono che la suonano sempre con la pausa in mezzo, mah. Sta di fatto che, voluta o non voluta, quella pausa ci stava benissimo e ha creato suspence, facendoci apprezzare ancora di più lo “Sleep tight, grim rite“. Seguono le energiche Narc e C’mere.

Gli Interpol non sono animali da palcoscenico. Lo sapevamo e ce lo confermano. Ma non è un demerito, il loro spettacolo sta proprio in questo: protagonista è unicamente la musica, le canzoni raffinate, nostalgiche, liriche. Paul guarda raramente il pubblico. Quando lo fa, si tratta di sguardi fugaci. I suoi occhi guardano spesso un punto indefinito nel cielo. Tuttavia la sua impassibilità viene meno quando si sorprende della nostra reazione a No I In Threesome. La voce di Paul, già di per sé alquanto fievole, viene totalmente annullata da tutti noi che cantiamo le strofe di questo capolavoro. Sfido a trovare uno dei presenti che non fosse commosso durante i versi di questo amore in decadenza. Un paio di volte si riesce a scorgere addirittura un sorriso sul volto di Paul.

Il vero culmine della serata giunge ora. Le luci si spengono, un occhio di bue illumina Daniel, il quale attacca le note di The Lighthouse. Ultima traccia dell’ultimo album, canzone che in ben pochi ascoltano, sia per la posizione nel disco che per la lentezza del ritmo. Chi non amava questa traccia avrà senza dubbio cambiato idea. Le velocissime pennate a mandolino ci trasportano in un’atmosfera rarefatta, sentiamo quasi la brezza del mare e il fruscìo delle onde cantati da Paul. Questa canzone è un inno, un’evocazione. E’ in atto una mesmerizzazione collettiva.

Con un così alto tasso di emotività nelle vene gli Interpol ci servono Not Even Jail. Uno dei crescendi più potenti della storia della musica, che quando è partita “When personality is scarred tissue...” a momenti tremava il castello. Idem con dose rincarata con la magnifica Mammoth, che ci ha fatti scatenare per i suoi cinque minuti di durata.

E’ di nuovo tempo di capolavori: prima Rest My Chemistry, canzone che personalmente amo alla follia. Il brano più intimo della loro discografia, riguardante gli ardui tentativi di sfuggire alla cocaina tramite l’aiuto indispensabile degli amici. Il pathos è tangibile. Poi si passa al singolone d’esordio Obstacle 1, che si tramuta in un’apoteosi di canto e agitazione. “But it’s different now that I’m poor and aging/I’ll never see this place again/You go stabbing yourself in the neck“. Indimenticabile.

Un inconfondibile giro di basso ci annuncia che è ora che Paul ci inizi a parlare della fantomatica Rosemary. E’ sulle note di Evil che dalle mie parti si inizia a sentire il tanto scongiurato pogo. Ci eravamo salvati finora, ma qualche pazzo da manicomio si era evidentemente stufato della nostra compostezza. Veniamo ancora di più sballottati sulla frenetica Roland, tant’è che quasi mi perdo metà canzone nel tentativo di picchiare chi mi sta dietro. Dopo la divertente storia del macellaio polacco gli Interpol ringraziano, salutano, ed escono.

Nell’attesa del rientro ci chiediamo quali saranno le canzoni di coda. Io faccio notare che manca The Heinrich Maneuver, e non disdegnerei Length Of Love. I miei vicini pretendono Stella e New York. Sono proprio le note nostalgiche e descrittive di NYC quelle suonate da Daniel dopo il ritorno sul palco. Ovviamente segue The Heinrich Maneuver, pogata anch’essa a volontà. Conclude definitivamente Stella Was A Diver And She Was Always Down, a cui non riconosco obiettivamente tutto il clamore e l’apprezzamento che la circonda. Vero è che si tratta di un pezzo molto joydivisioneggiante, ma il testo velatamente (ma neanche tanto) pornografico lo sopporto malvolentieri.

Ad ogni modo scaletta perfetta, concerto meraviglioso. Molto migliore rispetto alle registrazioni dei vari loro concerti che avevo visto. Musica davvero di classe. Ricorderò questa giornata per molto, molto tempo.

SCALETTA INTERPOL

  • Pioneer To The Falls
  • Slow Hands
  • PDA
  • Narc
  • C’mere
  • No I In Threesome
  • The Lighthouse
  • Not Even Jail
  • Mammoth
  • Rest My Chemistry
  • Obstacle 1
  • Evil
  • Roland
  • NYC
  • The Heinrich Maneuver
  • Stella Was A Diver And She Was Always Down

Riprese di The Lighthouse:

VOTO: 10/10 SENZA ALCUN DUBBIO!

ALTRE FOTO:

Non sono in prima fila e la cosa mi fa arrabbiare molto. Soprattutto se a dei tipi davanti a noi è stata fatta saltare la coda chissà per quale imprecisato motivo. Bleah.

Investigo un po’ sull’hype che circonda i dEUS tra la folla spettatrice, composta, a differenza di sabato, da un pubblico più adulto, un po’ meno indie ma più sull’alternativo. Molti si sono informati sull’opening act, qualcun altro oltre a me conosce l’intera discografia, ma i più si limitano ad aver ascoltato Suds&Soda o The Architect.

I musicisti belgi si dispongono sul palco in maniera piuttosto insolita. Sullo sfondo la batteria, a bordo palco, allineati da sx a dx tastiere/violino, chitarra/vocal, chitarra e basso.

L’inizio con When She Comes Down avverte che il concerto sarà incentrato sui brani del nuovo album: ne verranno eseguiti ben cinque infatti. I dEUS si dimostrano eleganti non solo nel loro abbigliamento, ma anche nel modo di suonare molto preciso.  Ne è la prova una raffinata Instant Street, o una dolce Slow, il che origina in me anche una riflessione. I dEUS fanno del rock di classe, e forse è proprio il loro pregio che impedisce loro di raggiungere una maggiore notorietà. Mancano di ritornelli riconoscibili, troppo evanescenti per entrare nelle orecchie di molti. Sarà questo problema ad averli spinti a scrivere The Architect, canzone di lega ben più bassa, ma che non si sente difficilmente nei dancefloor indie (e vi dirò, l’ho provato, si balla anche volentieri), dunque sta portando il nome del gruppo alla portata di molti. Il brano viene accolto bene in quel di Ferrara, la folla è spinta a ballare e canticchiare.

A concerto inoltrato noto con sommo disappunto la pessima qualità delle luci di scena. Sul soffitto dell’installazione scenica, una serie di faretti acceca letteralmente con la propria luce bianchissima, impedendomi molto spesso di guardare sul palco direttamente. Un grandissimo peccato.

Verso la fine, tra una Favourite Game e una acclamata Nothing Really Ends i dEUS ci fanno sentire anche qualche accordo metal qua e là. Segue una versione very very extended di Bad Timing. Quest’ultima esecuzione, durata almeno 10 minuti, raccoglie tutto il mio entusiasmo e stupore. L’attenzione è focalizzata sulla prima chitarra. Il chitarrista infatti suona per tutta l’ultima metà della canzone senza dare una sola pennata alle corde. Esegue note distese, lunghissime e legate fra loro, coadiuvato da un apparecchietto che proietta un laser sulla corda. Quante cose si imparano andando ai concerti… E’ facile immaginare che non solo io, bensì tutto il pubblico è ipnotizzato, e quando, terminato il pezzo, il gruppo esce di scena, restiamo tutti di stucco. Non solo perché questa grande formazione ci ha lasciato una voglia di sentirne di più, ma soprattutto perché non ha suonato il suo più grande e rinomato successo, ovvero la già citata Suds&Soda! D’altronde noi delle prime file avevamo visto tutti che era scritta in scaletta come ultimo pezzo. Come se i Radiohead non facessero Karma Police, roba da pazzi!

A fine esibizione sono estasiato, un po’ amareggiato, ma soprattutto emozionato, perchè tra meno di mezz’ora avrò di fronte Banks e soci…

SCALETTA dEUS:

  • When She Comes Down
  • Instant Street
  • Fell Off The Floor Man
  • Is A Robot
  • Smokers Reflect
  • Slow
  • Turnpike
  • The Architect
  • Favourite Game
  • Nothing Really Ends
  • Bad Timing

 

VOTO: 9/10 per l’esibizione, ma diventa 8/10 considerati disagio luci e Suds&Soda mancante.

Altre foto:

Martedì 15 luglio 2008. Concerto Interpol a Ferrara [di cui recensione più in là]. Biglietti comprati ad aprile fra estasi ed emozione. E’ arrivato il giorno.

Alle 15.30 arriviamo a Ferrara (anticipo per accaparrarsi la posizione in prima fila sotto Paul Banks). Propongo di passare dietro al Castello, prima di andare agli ingressi e iniziare la lunghissima fila.

Sulla via incrociamo due tipi vestiti di nero, occhiali da sole, cappelli con tesa eleganti, uno dei due alto, con una canottiera che lascia intravedere una carnagione chiarissima. Io e la mia amica ci guardiamo, un sospetto ci accomuna. Questa gente viene dal backstage, e quello alto dei due assomiglia proprio… proprio a… LUI.

Non convinti tiriamo dritto, ed entriamo in piazza. Tuttavia ci coglie subito un rimorso. Pensiamo all’unisono, CHE CAVOLO, ERA LUI! Istantaneo il dietro front, ci mettiamo all’inseguimento. Scorgiamo i due men in black nei pressi di un bar. Stanno entrando. Corriamo.

Giungiamo davanti al bar. Ci passiamo davanti due o tre volte, sbirciando dentro. Si è levato gli occhiali. I due occhi turchese che sono emersi non mentono: si tratta di Paul Banks in persona, a pochi centimetri da noi!

Intanto cu accorgiamo che un ragazzo e una ragazza romani stanno facendo pressocchè quello che facciamo noi, e lei ci chiede: “è lui?”, e io: “sì, è lui, che si fa?” – “entriamo?” – “certo che entriamo!!”.

Entriamo in quattro nel bar. I due musicisti non si sconvolgono e continuano indisturbati a ingerire caffè e pizzette. Irrompo nella scena con un fatidico “Excuse me… Mr Banks?”. Si gira. E’ fatta. I suoi occhi turchese si posano su di noi. “Yes!” fa lui.

Prende le redini del discorso la ragazza romana: “If I pay you this -indica la pizzetta- can you take a photo with me? I’m not a stalker!” Paul sorride incredulo. “Maybe I got too much sun on my head”, continua lei. Mi sa che il sole lo ha preso davvero, e decidiamo per il suo bene di interromperla.

Paul si dimostra subito molto disponibile, e accontenta dapprima la ragazza. Poi è il turno della mia amica. Il cantante le chiede: “Ma la foto la devo fare io a te, o noi due insieme?”. Direi che la fama che si porta dietro di uomo quasi asociale è subito cancellata, si mette addirittura a far battute! Arriva il mio turno, mi posiziono accanto a lui, vado per allungare la mia macchina fotografica alla mia amica, ma Paul me la strappa di mano: “Don’t worry, let me do it. I’m quite good at such things”. Ci rimango secco. Dirige l’obiettivo verso noi due, e scatta una foto perfettamente centrata e messa a fuoco.

Dopodiché Paul e l’altro prendono le loro cose e si siedono ai tavolini all’esterno. I ragazzi romani ringraziano e tornano in piazza. Noi restiamo al bar a chiacchierare emozionati con la barista. Anche lei, donna sulla cinquantina, li aveva identificati, confrontandoli con il volantino del Bands Apart.

Siamo sfacciati, e la mia amica decidere di prendere il suo caffè (dopo due Red Bull che aveva già ingurgitato), e di prenderlo proprio al tavolino esterno, poco più in là di Paul & Friend. Li ascoltiamo parlare pacatamente (in realtà è solo Paul a parlare, voce bassa e distesa, sigaretta alla mano. L’altro si limita ad ascoltare ed annuire). Paul parla di musica, di canzoni, di Busta Rhymes (Busta Rhymes?? Questa alla prossima me la dovrà spiegare). Noi intanto chiamiamo amici e parenti, per spargere la notizia.

Tuttavia non siamo soddisfatti. Vogliamo l’autografo. Siamo già attrezzati, perché a casa speravamo nell’evento: abbiamo carta e penna. Ci alziamo e ci dirigiamo al tavolo. La mia amica imbarazzatissima rivolge ugualmente la parola a Paul “Excuse me… don’t kick me!”, ma Paul è sempre disponibilissimo. Gli porge carta e pennarello, lui le chiede come si chiama, e le scrive il nome, seguito dall’autografo. Finalmente ci presenta il suo accompagnatore: ce lo introduce come Former Dave (si scriverà così?), tastierista in prestito alla band. Già che ci siamo facciamo firmare anche a lui. Stessa procedura per me, stringiamo le mani ai musicisti, diciamo che è un vero piacere conoscerli, e ci si vede allo show.

E scappiamo via, imbarazzati, emozionati, deliziati, estasiati.

Paul e Luis

[Mi scuso in anticipo con il lettore se la seguente recensione manca un po' di emozione e dettagli, ma il magnificamente totalizzante concerto di dEUS e Interpol, al quale segue la stesura di questo pezzo, ha totalmente soverchiato ogni mio ricordo del concerto di sabato].

Dopo l’uscita di scena dei Jarman Boys, la tensione inizia a crescere. I tecnici smontano gli strumenti di troppo, e calano un tendone di sfondo con disegnate le quattro capocce dei musicisti scozzesi, disegno ripreso sulla tshirt che ovviamente ho comprato =P. Ahinoi tornano pure le musichette odiose in sottofondo. Iniziano pure gli spintoni di quelli troppo pigri per partire presto e prendere le prime file, o troppo ignoranti per rispettare le persone.

Sgamiamo in pieno un tecnico che attacca sul pavimento, sotto il microfono, un foglio A4 che in controluce leggiamo benissimo: “CIAO! COME VA? TUTTO BENE?”. -_-’ Più avanti Alex ci delizierà anche con uno squisito “CIAO BELLA CASTELLA!”.

All’ingresso degli scozzesi sale un’ovazione potente dal pubblico. Tutti molto eleganti, il chitarrista Nick McCarthy addirittura con un calice di vino rosso tra le dita. Quando attaccano le prime note resto alquanto di stucco: non riconosco il pezzo all’istante. Chiedo aiuto ai vicini, che mi rivelano si tratti di Micheal. Ecco una di quelle canzoni dei Franz che davvero non ascolto mai. E questi me la usano per aprire il concerto. Mah. Idem per la seconda, Come On Home. Nonostante il pubblico sia subito scatenato, dimostrando di conoscere alla perfezione quelli che secondo me sono pezzi minori, i Franzi sono ancora freddini, oserei dire addirittura inespressivi. Tutt’altra storia per The Fallen, che sicuramente coinvolge di più.

Tuttavia, quando iniziano a suonare A New Thrill, primo dei nuovi pezzi che i Franz ci presentano in anteprima italiana, capisco l’antifona. Stasera non sarà un normale concerto, ma bensì una vetrina pubblicitaria per il terzo album. Loro stessi sono emozionati, e iniziano ad agitarsi nell’esecuzione. A New Thrill si tratta sicuramente di un pezzo orecchiabile, grazie alla ripetizione del verso “I feel alive” nel ritornello. Suscita curiosità per le prossime novità.

Si scopre che la tattica della serata è alternare brani nuovi a successoni da scatenamento. In questo modo, dopo i momenti di pure follia creati da Tha Dark Of Matinée, mi concedo un riposino per la nuova Katherine Awake Me Kiss Me.  Si viene così a creare un andamento altalenante di adrenalina/noia/adrenalina/noia, dato che le nuove tracce mi deludono molto. Seguono Do You Want To che crea il delirio, più una lunga ed emozionantissima Walk Away. Alex, da freddino che era all’inizio, pare essersi calato di più nelle vesti di show man. Oltre alle già citate parole in simil-italiano, ci coinvolge facendoci ondeggiare le braccia, e facendo delle facce esilaranti.

Non faccio in tempo a riscaldarmi che la pressione scende ai minimi storici a causa di Bite Hard, ennesima canzone nuova, che più di dire che è carina non me la sento. In generale, salvo poche eccezioni che vedremo più avanti, ho la sensazione che Kapranos&Co non riusciranno a mantenere i livello dei primi due LP. Le nuove tracce si ascoltano volentieri, ma non coinvolgono, non trascinano, non si distaccano troppo dal rock beatlesiamo che aveva inizialmente ispirato gli scozzesi. Troppe, davvero troppe, le sensazioni di già-sentito. E neanche la leggera svolta elettronica salva la situazione.

Come accennato, nondimeno, ci sono delle eccezioni. Dopo una brillante Take Me Out, infatti, arriva Ulysses, tra le migliore nuove esecuzioni. Segue 40′, che commento come già fatto con Micheal. Altro pezzo nuovo, poi Outsiders, ultima traccia di You Could Have It So Much Better, si rivela l’esibizione fulcro della serata. Circa a metà canzone un tecnico porta sul palco un tamburo in più, e delle bacchette. Scopriamo subito a cosa servono: entrano i tre Cribs, che si accalcano sulla batteria con rinforzo, e accompagnano Alex. McCarthy interrompe i suoi giri di chitarra e si mette anch’egli a percuotere. Segue il bassista Bob Hardy a fare il sesto drummer, e per ultimo lo stesso Kapranos. Roba da non crede, sono in sette a suonare la batteria! Il frastuono è indicibile, ma ancora maggiore è il piacevole sgomento di tutti noi in preda a crisi estatiche! Ma anche la lunghissima coda di Outsiders finisce, e i Franz Ferdinand, dopo aver ringraziato i Cribs, abbandonano il palcoscenico.

Tanto non ci crediamo. Dopo qualche minuto eccoli tornare. McCarthy si impossessa della tastiera, per comporre le trascinanti note iniziali di Turn It On, unico pezzo davvero irresistibile dei nuovi eseguiti. Tutti ballano e si agitano, come previsto molti pogano. Al che notiziona da parte di Alex: In teoria il concerto sarebbe finito, ma si stanno divertendo molto, quindi dagli di fuori programma! Ed è così che le note di Jacqueline fanno tremare il cuore dei presenti. La fine vera e propria è lasciata ad una stratosferica This Fire, che manda tutti definitivamente su di giri, cantando a squaciagola “THIS FIRE IS OUT OF CONTROL, I’M GONNA BURN THIS CITY, BURN THIS CITY”.

Molto positivo: l’alto grado di coinvolgimento del pubblico raggiunto.

Molto negativo: gli scadenti nuovi brani, e le grandi assenti: Darts Of Pleasures, Auf Achse, Eleanor Put Your Boots On, Evil And A Heathen.

SCALETTA FRANZ FERDINAND:

  • Micheal
  • Come On Home
  • The Fallen
  • A New Thrill
  • The Dark Of Matinée
  • Katherine Kiss Me
  • Do You Want To
  • Walk Away
  • Bite Hard
  • Take Me Out
  • Ulysses
  • 40′
  • What She Came For
  • Outsiders
  • Turn It On
  • Jacqueline
  • This Fire

[VOTO: 8/10]

Una giornata a dir poco strepitosa quella inaugurale del Bands Apart di quest’anno!

Alle 17:00 arriviamo a Ferrara, e per le strade della città risuonano le prove dei Franz Ferdinand. Stanno provando le canzoni nuove che presenteranno in anteprima italiana. Corriamo alle transenne e scorgiamo Alex in camicetta hawaiiana che gorgheggia sul palco. L’emozione inizia a crescere.

La fila è composta principalmente da ragazzi, appena maggiorenni o poco più. Predomina il genere indie-fighettino, davanti a me un ragazzo-stereotipo: magrissimo, capelli lunghi con frangia, rayban con le punte laterali, tshirt I Love NY, cheap mondays neri. Gli altri sulla stessa linea, gilet più, gilet meno.

Non ci vuole molto per intuire che lì nessuno è a conoscenza dell’esistenza dei Cribs. La conferma mi arriva parlando con una ragazzina, che mi rivolge la parola ridendo in modo sarcastico dicendo: “Ma poi, chi cavolo sarebbero ’sti Cribs?”. La guardo esterrefatto, e le faccio un po’ di lezioni sulla band che in patri è considerata quasi al livello delle scimmie artiche, un excursus sulle loro canzoni fighissime, e sul dettaglio che è lo stesso Alex Kapranos a produrli e a volerli come opening act per i ferdinandi. Penso ci sia rimasta male.

I Franz se la prendono comoda con le loro prove, e lasciano ai fratelli Jarman una mezz’ora scarsa per il loro soundcheck. L’apertura dei cancelli slitta alle 19:30, ed è tutta una corsa per la prima fila. Troviamo un posto stupendo alla sinistra del palco, appoggiati alla transenna. Ma abbiamo davanti un’attesa di un’altra ora e mezza prima di poter vedere i cribbi sul palco. Nel frattempo, ci gustiamo il cd di sottofondo che ci hanno confezionato: Mind Your Own Business dei Delta 5, Whip It dei Devo, i Los Campesinos! e Video Killed The Radio Star. Ripetute cinque volte. Ora appena sento il glockenspiel dei campesini do di matto, e “aua aua” è per me un grido di guerra. Grazie mille. Per fortuna da qualche parte sul palco di fronte a noi sembra essere accesa qualcosa di simile ad aria condizionata, che ci aiuta a sopportare i raggi obliqui di un sole che tramonta sul backstage.

Circa alle 21,00 i tanto attesi (da me) Cribs salgono sul palco. Gary, il gemello bassista, curato, composto, vestito con discrezione. Ross, il fratello minore, batterista, con una giacca presumibilmente atta a ricostruire la temperatura del pianeta mercurio, un tipo tranquillo. Ryan, il gemello chitarrista,  sigaretta in bocca, capelli osceni con frangia a riga pari e leccata di mucca, tshirt bianca con buchi dalle dimensioni più svariate. Test: indovina chi è il più svalvolato dei tre?

Quest’ultimo prende la parola: “ciao, siamo i Cribs, veniamo da Wakefield, è la nostra seconda volta in Italia, divertitevi”. E attaccano con Our Bovine Public, in versione trascinante. Loro comunque sono ancora freddini, e il pubblico alquanto passivo non aiuta gran che. Con Hey Scenesters l’andazzo non cambia molto. Saremo una decina in tutto che cantano il ritornello, qualcuno ammazza il tempo pogando. Ancora per diverse canzoni, nonostante suonino ottimamente, paiono essere un po’ fiacchi, e in effetti Gary in una pausa si scusa per aver “suonato terribilmente finora”. Beh, a me non erano sembrati poi così terribili.

In ogni caso hanno intenzione di cambiare rotta, e scatenarsi per bene. Da Moving Pictures in poi è tutto un vifacciamovederequantosiamodeipazzifuriosi.  E così Gary si mette a sfregare le corde del suo basso con l’asta del microfono, mentre Ryan schitarra rotolando per terra e Ross (che intanto si è tolto la giacca rivelando delle enormi chiazze ascellari) sale in piedi sulla batteria. Estasi totale. Io continuo a cantare a squarciagola (sentendo però comunque solo la mia voce, sigh). [Nota: a lato del palco, Alex Kapranos in persona assiste allo show, con al seguito moglie e figli, di cui uno ancora nel ventre della signora].

Al momento di Men’s Needs – che fortunatamente si rivela più conosciuta – il pubblico sembra abbastanza preso, e ancora di più lo sono i gemelli. Seguono I’m A Realist e The Wrong Way To Be, e Ryan conclude buttando tutto per aria, e suonando la chitarra strisciandola contro la cassa. Pura follia.

Escono di scena ringraziando per l’accoglienza e per il tempo meraviglioso. Tirando le somme, si è trattata sicuramente si un’ottima prestazione per i fratelli di Wakefield. Oltre che musicisti abili e precisi, si sono dimostrati ottimi intrattenitori. Li aspettiamo a braccia aperte il più presto possibile!

Un consiglio per tutti i detrattori: tenetevi meglio informati sulla scena indie britannica, e prendete la buona abitudine di ascoltare le canzoni dei gruppi spalla prima del giorno del concerto; la moda di criticare gli opening act davvero non la capisco.

SCALETTA THE CRIBS:

  • Our Bovine Public
  • Hey Scenesters
  • Don’t You Wanna Be Relevant
  • Girls Like Mystery
  • Women’s Needs
  • Moving Pictures
  • Canzone nuova (forse Bastards Of Young, presente sul loro Myspace? chi può dirlo)
  • I Tried Everything
  • Mirror Kissers
  • Men’s Needs
  • I’m A Realist
  • The Wrong Way To Be

VOTO: 9/10

Altre foto:

 

Menzione d’onore all’opening act, tali Bachi Da Seta. Un duo locale, canzoni lunghissime, ambient, il batterista suona solo un tamburo, una cassa e un paio di piatti; il cantante/chitarrista percuote le corde del suo strumento, talvolta sfregandole con una bacchetta da drums, come se avesse un violino tra le mani. Raccolgono ampiamente il mio consenso.

E’ poi il turno dei protagonisti della serata, i Liars. L’impatto maggiore è la vista del frontman, Angus Andriew. Vestito con completo rosso e cravatta nera, capelloni, birrozza in mano, si innalza verso i due metri di altezza. Dopo un soundcheck a mio avviso un po’ affrettato, parte il loro noise, e da subito il nostro Angus si scatena. Ma proprio di brutto! Il primo paragone balzatomi in mente è stato il Mick Jagger visto in Shine A Light, ovvero un carrarmato inarrestabile di movenze, balli e pazzie. Solo che il Bugiardo è ancora più pazzo. Saltella, si muove, urla, fa le facce, e soprattutto ripete in continuazione i residui di una qualche lezione di italiano, corrispondenti a “brava brava!” e anche “va bene? come state?”, che a noi italiani ci fa sempre piacere sentire!

Il contenuto dell’esibizione si concentra sui brani del loro quarto e più recente album. Iniziando da Freak Out, passando per Pure Unevil, Clear Island, Leather Prowler, le loro distorsioni emanano da sotto la tettoia per giungere fin sopra le dune, anch’esse gremite di ascoltatori. Il volume è altissimo, tant’è che molti hanno i tappi alle orecchie, altri se le tappano manualmente. Quando si arriva alla conosciuta Houseclouds il pubblico è già molto preso, fino alla conclusiva e stra-acclamata Plaster Casts Of Everything, accolta con sommo entusiasmo. Un altro paio di brani dopo il rientro on stage segnano il termine del concerto.

Tecnicamente sono ineccepibili. Le canzoni del cd sono replicate alla perfezione dal vivo, evidenziando però le percussioni. Queste infatti si rivelano la vera forza dei Liars. Un batterista-maratoneta produce ritmi frenetici per tutta l’ora di show, le bacchette neanche si vedono. Complimenti davvero. Lodi anche al secondo chitarrista, in diversi brani eccellente batterista aggiuntivo, nonché back-vocalist.

 

VOTO: 9/10

MEG

Psychodelice

Fra gli abeti dei Giardini Speyer e su un prato da tempo non tagliato si esibisce Meg.

Vado al concerto non sapendo assolutamente nulla di lei. Non ricordavo il nome della band di cui aveva fatto parte, né avevo sentito alcuna delle sue canzone. Non sapevo che genere facesse. Niente di niente insomma.

Prendete tutti i Soulwax, Justice, Cut Copy o Crystal Castles che volete, ma il musicista di elettronica di Meg li raggruppa e supera tutti. Ritmi potenti, originali, sound accattivanti. Lei show-woman con i suoi cappelli e accessori vari (una maschera alla veneziana, delle corna nere da demonio, e un pianoforte a coda in testa). Proprio dopo essere entrata col piano in testa dice: “ora fate finta che l’apparato elettronico diventi un bellissimo pianoforte a coda. Beh, non dovrete sforzare troppo la vostra fantasia, perché il pianoforte è qui” [e si indica]. Meravigliosa.

Non apprezzo molto il prestigiatore che accanto a Meg sfoggia la sua arte mentre lei canta. Senza dubbio bravissimo, ma l’attenzione preferirei puntarla sulla musica, grazie. Ho adorato ballare spesso e volentieri, e le canzoni Distante e Laptop Love, più altre di cui non so il titolo. Per certo da domani è nella mia playlist.

Un solo pensiero mentre mi allontano a fine esibizione: nessun sospetto che in Italia esistesse musica simile.

VOTO: 8,5/10

Una bella mora, una bella bionda, un ragazzino, due over quaranta: questa la formazione dei Volume Courbe, gruppo londinese imperniato sulla cantante francese, schierata sotto la tettoia della spiaggia 72.

Capito alla serata senza sapere assolutamente niente di loro. E a primo impatto mi dico wow, che stile: la frangia castana della cantante, che scende morbida sui suoi occhi verdi fa a dir poco impazzire, soprattutto se la abbiniamo al look trasandato, la rende molto naif, molto francesina. Una voce esile esile che si nasconde dietro al microfono ricorda una certa cantante islandese… Poi passo alla polistrumentista alla sua sinistra: una bionda fatesca, con vestito lungo bianco, in mano violino, glockenspiel, e la tastierina che si suona soffiando di cui al momento mi sfugge il nome. In totale, due figure affascinanti.

L’esibizione vera e propria, ad essere sinceri, mi è sembrata un po’ fiacca. A parte il brano I killed my best friend, inquietantemente meraviglioso, regna una semplicità troppo semplice, un minimalismo ricercato che si disperde e finisce per non rendere in intensità. E ammetto che mi è scappata una risatina quando la cantante ha tenuto in mano per tutta la durata di una canzone un paio di campane colorate moooolto giocattolesche, per agitarle a scatti per un secondo suonarle solo una volta. Alla fine dell’esibizione, chi non sta ancora piangendo per la tristezza che ha addosso si guarda bene dal richiamare il gruppo.

[VOTO: 6,5/10]

Passiamo quindi al dj set di colui che si suppone fosse Douglas Hart dei Jesus and the Mary Chain (almeno stando al flyer dell’Hana Bi). Momenti topici:

  • Kids – MGMT
  • That’s not my name – The Ting Tings
  • Elvis – These New Puritans
  • Great Dj – The Ting Tings
  • Kill The Director (CSS remix) – The Wombats
  • Paint It Black – Rolling Stones
  • Perdono – Caterina Caselli (No ma, SI FA?? DOPO GLI STONES? Ero esterrefatto)
  • Billy Idol – Dancing With Myself
  • The Whip – Trash
  • Transmission (Joy Division) mixata sotto Let’s Dance To Joy Division (The Wombats): una cosa ORRENDA!

[VOTO: 8/10]

Franz Ferdinand @ Bands Apart 2008Fervono i preparativi per il Bands Apart Festival di Ferrara 2008. Quest’anno, com’è noto, performance da brivido dato che Piazza Castello verrà calcata da Cribs, Franz Ferdinand, dEUS Interpol. Si prospettano due giornate che resteranno negli annali della musica live!

Questo richiede anche una preparazione a dir poco intensa. Devo colmare ancora quache lacuna nei confronti di queste band, in particolare riguardo ai dEUS, che conoscevo appena, e dei quali vorrei memorizzare più canzoni possibili. Inoltre mi manca il primo cd dei Cribs, nonché alcune canzoni del primo dei Franz.Interpol @ Bands Apart 2008

Per quanto riguarda gli Interpol, beh sono i miei preferiti, conosco già tutto ciò che le labbra di Paul Banks hanno proferito. Tuttavia dato che voglio cantare tutto parola per parola, mi metto a studiare Turn On The Bright Lights e Antics,  testi sott’occhio, e impararli per filo e per segno.